case con giardino in venditaStorie e storioni

di Ivan Maramotti

“Quarant’anni fa andava a pescare con suo padre. Le strade erano meno trafficate, e si incontrava molta gente in bicicletta, le strade d’acqua erano pulite, e abitate da pesci e rane, tutte bestie nostrane.

Partivano la mattina presto in due sul Mosquito, e la voce la voce del motorino modificava di poco i rumori della campagna, così insignificanti e bene intonati da sembrare silenzio: il richiamo delle tortore, il vento tra i filari dei pioppi, il cigolio di un carro di fieno.

Le case dei contadini si svegliavano in quel momento, e il primo sole le colorava.

Il canale di Correggio, il Cavo Argine, la Fossa Nuova, la Fossa Marza, il Tresinaro, il canale Mandriolo, e anche il Secchia e su su fino al Po: posti precisi su fiumi e canali che i pescatori per passione, e qualcuno ancora per professione, sceglievano per esperienza, tradizione, leggende e sentito dire.

Trovato il posto, da tenere poi segreto, iniziava una lotta quasi alla pari per convincere i pesci ad abboccare.

Erano lucci, anguille, carpe, cavedani.

Quando andavano a Po, specialmente dalle parti tra Stellata e Ficarolo capitava di vedere in mezzo al grande fiume una flottiglia di barche attrezzate per la pesca dello storione: reti di canapa costruite dalle donne emiliane che quella canapa avevano visto crescere sotto gli occhi.

Dalla riva, lui bambino, invidiava i pescatori sulle barche, gli sembravano cacciatori di balene o di mostri acquatici ancora più straordinari, come la borda o l’anzlìn, e anche lo storione apparteneva a una razza di bestie da fola, e sebbene gli piacesse seguire il dispiegamento di barche sul fiume, sottosotto pregava che il pesce più bello del Po, e il più grande, il più misterioso, non si facesse catturare.

Gli piaceva anche il nome: storione, una grande storia da ascoltare e raccontare, una di quelle che i pescatori raccontavano all’osteria o al bar, o in casa dell’uno o dell’altro, sempre davanti ad un bicchiere di vino.

Anche lui raccontava la storia vera di quel giorno che seduto in riva al Po vide spuntare dall’acqua il muso di uno storione che dalla punta del naso alla punta della coda non doveva misurare meno di 8 metri e pesare meno di 1.400 chili.

Il pesce guardò lui, guardò suo padre e tornò a sparire nell’acqua.

Oggi, a 53 anni, in pensione dopo aver fatto il giardiniere e lo spazzino, oggi ribattezzato operatore ecologico, spesso si alza all’alba per andare a pescare, saluta la moglie Marisa e lascia la sua casa di San Martino in Rio, in un quartiere che lui definisce poliglotta per via delle donne che lo abitano: una inglese, una svizzera, una scozzese, una indiana, tutte lo salutano quando parte in cerca di posti in riva all’acqua dove può ancora trovare pesci.

In macchina, sulle strade tutte asfaltate, arriva fino al lago di Mantova.

Un giorno qui ha preso un cavedano di 2 chili e mezzo.

Ma più che altro gli piace ritrovare i posti che conosce dagli anni del Mosquito.

Spera sempre di incontrare lo storione di quella volta.”

 

Il treno nella fumana

di Riccardo Bedogni e Rossana Rossi

“Era appena tornato dall’Ucraina, dove aveva viaggiato per duecento chilometri su un treno degli anni Venti, tirato da una locomotiva a vapore che sembrava uscita da uno dei suoi sogni, e adesso ne parlava in casa, alla moglie e alla bambina, e agli amici.

Uno degli amici gli aveva domandato se la mogli non era gelosa della sua passione per i vecchi treni, passione che lo portava in giro per il mondo quale benemerito della SAFRE, Società Amici Ferrovie Reggio Emilia.

Un altro , scherzando e senza addentrarsi in particolari, aveva insinuato che si portasse a letto una vecchia locomotiva. Lui aveva sorriso, e pensato che a letto magari no, ma una bella locomotiva d’epoca nella sua casa di Correggio, arredata anche con alcuni cimeli ferroviari, l’ospiterebbe volentieri.

Se ci stesse.

Doveva pensarci prima, e sentire l’architetto se, disegnando la sistemazione dei locali in modo diverso, fosse possibile farci stare un treno di grandezza naturale, magari soltanto la locomotiva.

Alcune sere più tardi, era novembre, incontrò al ristorante un gruppo di amici per discutere un progetto molto più concreto e realizzabile della locomotiva in casa: creare a Reggio Emilia un museo dei treni.

Si trattava di individuare il luogo adatto, perché di materiale ne avevano in abbondanza.

Verso mezzanotte, salutati gli amici, si avviò per tornare a casa.

Stava calando la nebbia e quando fu in Corso Cavour ormai non ci si vedeva più da qui a là.

Però gli piaceva questa roba bianca che avvolgeva tutto e sembrava restituire alle case di Correggio un colore d’altri tempi.

Incrociò pochi passanti, anche loro bene imbaccuccati e irriconoscibili, come fantasmi.

Sorrise tra sé: i fantasmi non esistono.

Da alcuni minuti non incontrava più passanti, la nebbia era ancora più fitta e il silenzio assoluto.

Affrettò il passo.

Non che avesse paura di fare cattivi incontri, Correggio era ancora una piccola città sicura, però non si sa mai.

Il rumore improvviso, lo fece trasalire, più per lo stupore che per lo spavento. Un fischio, il fischio di un treno.

Sorrise.

Adesso cominciava a dare i numeri: sentiva passare treni a Correggio, dove la ferrovia era stata chiusa nel 1955.

Forse aveva udito soltanto la frenata di un’automobile troppo veloce nella nebbia.

Pochi passi e un nuovo fischio lo bloccò.

Era quello di un treno a vapore e veniva da laggiù, dietro la palazzina che ospitava il comando dei vigili urbani.

E la palazzina non era altro che la vecchia stazione sulla linea Carpi-Correggio- Reggio Emilia!

Corse in quella direzione, e si fermò soltanto in viale dei Mille, dove un tempo passavano i binari della ferrovia .

Allora lo vide sbucare dalla nebbia, a non più di dieci passi, con in testa la locomotiva a vapore che sbuffava e di nuovo lo salutava con un fischio reso visibile dal pennacchio di vapore.

Il treno passò sferragliando, e lui ne percepì, oltre alla visione e al rumore, anche l’odore, che ben conosceva: un misto di fumo, vapore, grasso di macchina, legno, metallo.

Odore di treno, quasi impercettibile sui treni moderni.

Il convoglio, composto da locomotiva, tre carrozze passeggeri e due vagoni-merce, sparì nella nebbia e il silenzio tornò assoluto.

A casa trovò la moglie a letto: lei aprì un occhio nel buio e domandò:

“Com’è andata la riunione?”

“Bene. E poi, tornando a casa, ho visto passare il treno.”

La moglie non disse niente. Si era già riaddormentata.”

 

Piazza Padella

di Graziella Tegani

“Lavorava all’ufficio paghe della cooperativa (sant si si dan) e adora il suo paese. Insieme al marito voleva tornare ad abitare a Piazza Padella (non cercatela sulle guide stampate, solo i veri correggesi sanno dov’è).

Ora ci vive da sola in centro, proprio di fronte alla chiesa di san Francesco, la più amata dalla gente.

La casa, salvata dalle offese del tempo, offre tutte le comodità e insieme conserva l’incanto di una volta: basta annusare l’aria, aprire la finestra, sapere guardare.

Lei ama leggere, fermarsi sotto i portici con le amiche al bar per un caffè. In un paese, specialmente in Emilia, non si resta mai soli.

Tra i rimpianti, quello di udire raramente parlare in dialetto, specie dai giovani.

In compenso riesce, come desiderava, a non usare l’ombrello: ci sono i portici, altra grande invenzione degli architetti emiliani.” 

 

L’accento emiliano

di Giuseppe de Fina e Patrizia Romano

“Lei sorride, seduta sul divano al centro dell’appartamento di Rio Saliceto.

Dice di amare la casa, anche come idea: un punto di riferimento nella vita di oggi, così piena di sollecitazioni centrifughe.

Lui la guarda, contento di esserle accanto.

Sono giovani e abitano in una palazzina nuova, circondata da un parco di alberi ancora più giovani di loro.

Giuseppe racconta del suo lavoro da operaio e della passione per il calcetto.

Patrizia è impiegata, responsabile della produzione in una ditta di abbigliamento.

Non condivide la passione per il calcetto e non va mai alle partite, anche se lui gioca molto bene.

Vengono da salerno, dopo una breve sosta in Toscana, e in Emilia si sono fatti molti amici.

Patrizia parla volentieri e forse non sa di avere un bell’accento emiliano, preso su in questi anni.

A non conoscerla la si direbbe nata qui e cresciuta a cappelletti e lambrusco.

Quando dice “Rio”, la parolina acquista importanza, viene da pensare che parli di Rio de Janeiro.”